Archivio

  • La Performance degli Oggetti II
    V. 15 (2025)

    Sebbene la temperie contemporanea disponga l’essere umano all’interno di una costellazione sempre più fitta di oggetti che, volente o nolente ch’egli sia, finiscono per configurarsi come autentiche estensioni tanto fisiche quanto cognitive del suo corpo e della sua mente, non è certo per una sorta di corrispondente horror vacui teorico che Mantichora sceglie di rinnovare e approfondire il proprio focus sulla performance degli oggetti. Al contrario, i contributi raccolti in questo numero offrono ulteriore e convincente conferma della densità epistemica di un ambito di indagine che continua a rivelarsi fecondo, nella misura in cui convoca studiosi e studiose di campi anche distanti e li invita a una sostanziale ridefinizione di metodologie e prospettive. Tale ridefinizione si rende necessaria proprio alla luce di ciò che la plastica concretezza del riferimento oggettuale è in grado di produrre: un effetto simultaneo tanto sull’ampia campitura dell’orizzonte epistemologico quanto sulle più anguste paratie dei perimetri disciplinari tradizionalmente intesi. È opportuno, a questo punto, aggiungere come il cortocircuito che si istituisce tra lo studio degli oggetti e l’oggetto degli studi si riveli quanto mai felice, e tutt’altro che bizantino o meramente autoreferenziale. Se è vero, infatti, che questa rivista ha da sempre coltivato una dichiarata propensione alla trasgressione transdisciplinare, è altrettanto vero che il ricollegamento a un indicatore preciso – a un oggetto determinato – impone di necessità un ritorno, talvolta persino prepotente, a una forma di adesione alle istanze che tale oggetto formula. Un’adesione che si esprime nei termini di un’agentività capace di ridefinire concettualmente l’ambiente entro cui l’oggetto stesso si inscrive e agisce. Nella migliore delle ipotesi – ed è certamente il caso dei testi qui pubblicati –, questo processo conferma quanto già rilevato nel numero precedente: i Performance Studies, nella loro attenzione alle modalità inevitabilmente contingenti dei processi che, di volta in volta, verificano e mettono alla prova le condizioni date di un’esperienza artistica (e non solo), rappresentano non soltanto lo spariglio di ogni metodo preconfezionato ma anche, paradossalmente, la forma di rigore più onesta e responsabile oggi praticabile. Essi si configurano così come un metodo che, proprio nel rifiuto della cristallizzazione procedurale, trova la propria forza critica e la propria legittimità epistemologica.

  • La performance degli oggetti
    V. 14 (2024)

    «Diremmo che dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica d’una forza speciale, diventa come il polo d’un  campo magnetico, un nodo d’una rete di rapporti invisibili. Il simbolismo di un oggetto può essere più o meno esplicito, ma  esiste sempre. Potremmo dire che in una narrazione un oggetto è sempre un oggetto magico». Così scrive Calvino nelle sue Lezioni americane (1988), sottolineando – in un’epoca ancora aurorale per gli studi sulla performatività – la caratura essenzialmente performativa e agentiva degli oggetti che compaiono all’interno  delle narrazioni.

    La cultura umana ha intrattenuto un secolare rapporto con gli oggetti che essa stessa ha prodotto: se nell’Antichità e nel Medioevo li avvertiva circonfusi di un’aura che li rendeva, nonché unici, anche capaci di suscitare stupore nei loro osservatori e di veicolare un significato, la Modernità li ha via via affrancati – o strappati – dai vincoli imposti dalla tradizione, sottraendoli all’antica dimensione simbolica (personale, familiare, sociale). Infine, nella temperie postmoderna, gli oggetti, ormai virtualmente riproducibili all’infinito, si trasformano in puro «materiale performativo», in «rete d’informazione», diventano “segni” nella più pura accezione baudrillardiana.

    L’approccio schechneriano favorisce una visione performativa degli oggetti: se è vero che, come afferma lo studioso americano, «la performance non avviene mai in qualcosa, ma attraverso qualcosa» (Introduzione ai Performance Studies, 2018), allora gli oggetti possono essere studiati sia in quanto vettori sia in quanto agenti di performance. D’altro canto, le Scienze Cognitive, interessate all’indagine dell’entanglement tra gli uomini e le cose che li circondano, tendono a considerare gli oggetti non come i semplici prodotti passivi della cultura materiale ma come entità dotate di una propria agency che interagisce e interferisce con quella umana: essi entrano a far parte, quindi, di un sistema organico dinamico e possono essere persino intesi come protesi di processi mentali estesi al di là del cervello e del corpo.

    Sappiamo che la vocazione performativa che anima l’essere umano organizza lo spazio e il tempo, in una scansione sapientemente orchestrata dagli oggetti che materializzano un immaginario e ne definiscono le possibilità ulteriori, nelle circostanze date.

    La letteratura, nella sua intrinseca capacità di creare mondi narrativi e di introiettarvi “frammenti” del reale, sottrae gli oggetti alla dimensione della mera utilizzabilità e li rigioca in chiave di simboli più o meno espliciti. Lo stesso può dirsi del cinema, con celebri casi-limite come il McGuffin, motore virtuale, in sé vuoto
    di senso, dell’azione. Infine, la storia del teatro contemporaneo gira intorno alla risemantizzazione di oggetti che, persino in absentia, misura la densità simbolica di ciò che un attore, o un performer, può e conosce.
    Questo numero di «Mantichora», pertanto, intende esplorare le modalità in cui le arti performative e le arti mediali hanno accolto le “cose” nella loro attività immaginativa codificata per valutare con quali processi di “ritagliamento” dal mondo gli oggetti divengono una forma del contenuto di un’azione, di un testo e un tema artistico o letterario.

  • Come disfare cose con le parole
    V. 13 (2023)

    E poi venne il giorno in cui le lingue si confusero, non per effetto di una improvvida Babele, ma per il protrarsi di un vieto gioco della torre che costringe alla scelta esiziale di precipitare giù tutti coloro che non solo pronunciano la battuta giusta al momento sbagliato, ma che sono pronti a barattare il senso della loro libertà per il prezzo disgustoso e redditizio dell’ossequio all’orrido senso comune.

    Il potere performativo delle parole, più che mai, estenua la sua caratura provocatoria, testa stancamente la resistenza della norma consueta del pensiero corrente, e infine si arrende dinanzi alla necessità di sopravvivere a sé stesso.

    Stiamo assistendo al naufragio lento e inesorabile del mondo come lo conoscevamo, ovvero a trazione occidentale, e anche se fingiamo di non accorgercene la riprova più evidente di questo inabissarsi tetro viene dall’annichilimento a cui sottoponiamo noi stessi, alla certezza di doverci ritrarre, emendare senza ironia rispetto al passato più o meno glorioso di cui scontiamo una oscura colpa.

    La Cancel Culture è solo la spia conclusiva di un processo di lungo corso che ha molto a che fare con la modernità, intesa come categoria ideologica occidenta-e: un Moloch stucchevolmente ottimista che ha finito per ingoiare se stesso, ovvero noi con tutte le suppellettili della misura centripeta del nostro criterio di giudizio. Il superamento del nostro oscurantismo, secondo le magnifiche sorti e progressive, coincide con un nuovo oscurantismo su cui getteranno nuova luce quando sarà troppo tardi e noi non ci saremo.

    Nel frattempo, stabiliamo relativismi sempre più sofisticati che servono solo a creare insoddisfazioni più raffinate, frustrazioni più risolute, spacchiamo il pelo sullo stomaco con l’effetto di ritrovarci sempre più tignosi, sempre meno disposti a riconoscere gli spazi altrui.

    J. L. Austin, in un brillante saggio postumo di più di sessant’anni fa (Come fare cose con le parole), indicava la strada agentiva delle espressioni destinate a innescare azioni, rituali, costruzioni antropoietiche. Nell’attuale realtà in disfacimento, le parole danno il loro solido contributo affinché tutto vada in malora, sia quando il loro significato riecheggia nelle sale vuote della coscienza contemporanea, sia quando tace, silenziato dall’idiosincrasia generale.

    Invocare la pace allora significa un commercio sospetto con le forze del male e dichiarare l’orrore per ogni genocidio, un atto di lesa maestà, tanto per fare due esempi.

    Ma se le azioni degli uomini, nella loro brutalità, incontrano l’indifferenza generale, perché le voces clamantes in deserto dovrebbero seminare una nuova fioritura di coscienza collettiva?

    Nel dubbio mettiamo loro la sordina, perché non ci siano più orecchie turate da cuffiette portatili ad intenderle.

    E ammutoliamo e siamo ammutoliti.

    Siamo così impegnati a soffocarci vicendevolmente, con le migliori intenzioni di cui è lastricato il nostro inferno, che quando il pavimento ci crollerà sotto i piedi lo accoglieremo come una forma di sollievo, forse. 

  • V. 12 (2022)

    Uno, è successo per scommessa o per gioco che siamo partiti; due, abbiamo mollato gli ormeggi, impresso la nostra orma sul tragitto ignoto ed era troppo tardi o troppo pericoloso voltarsi  indietro; tre, moltiplicare il senso della sfida e misurarla sulla croce di una condizione scomoda; quattro, quadrare il cerchio,  cercare ostinatamente il centro; cinque, la nostra sorte buona nei  fortunali del destino; sei, quello che sarai e saremo nessuna bestia incauta ce lo potrà portare via; sette, il tempo della morte e della  rinascita quando la messe è matura; otto, l’infinito della  performance è il nostro tempo; nove, sono le prove che abbiamo  superato; dieci, la mano divina che ci ha sollevato; undici, siamo  all’alba di un’oltranza definitiva e la dodicesima notte è più  luminosa del primo tempo che ci siamo lasciati alle spalle.

    ___

    One, it happened by bet or game that our journey has begun; two, we cast off our moorings, stamped our footprint on the  unknown route, and it was too late or too dangerous to look back;  three, multiply the sense of challenge and measure it on  the cross of an uncomfortable condition; four, squaring the circle,  stubbornly seek the center; five, our good fortune in the storms of  fate; six, what you will be and we will be, no incautious beast will be able to take it away from us; seven, the time of death and  rebirth when the harvest is ripe; eight, the infinity of the  performance is our time; nine, are the tests we have passed; ten, the divine hand that lifted us up; eleven, we are at the dawn of a  definitive beyond and the twelfth night is brighter than the first half we have left behind.

  • V. 11 (2021)

    Fresca di riconoscimento in fascia A, appena sancito dall’Anvur, la nostra rivista si avvia, a Dio piacendo, verso un futuro decennio la cui storia è tutta da scrivere. Quel che è certo è che continueremo ostinatamente a perseguire la rotta metodologica dei Performance Studies, confidando nelle inesauribili possibilità del broad spectrum prospettato da Richard Schechner.

    Il passaggio da una decade all’altra, ci impone una riflessione ulteriore su cosa i Performance Studies significhino per noi.

    Come si evidenzia anche in questo numero, i PS possono muoversi, e si sono mossi, in un’ampia raggiera, ma noi crediamo, speriamo non troppo a torto, che una direttrice del ventaglio schechneriano possa riguardare, come abbiamo già avuto occasione di dire, tutto ciò che è dell’uomo proprio perché lo oltrepassa in una prospettiva verticale, riportandolo a quell’origine di cui il rito non è nostalgico retaggio, o frammento polverizzato del passato, ma insostituibile attualità. Che i PS riescano a ricordarci questo, pungendoci con le loro domande e sollecitandoci a ricercare quell’“Oltre” (perché Oltre è il destino di ciò che si indaga), è già una risorsa che li rende, se non «tool for living» (come afferma il loro fondatore), sguardo ineludibile e urgente.

    Quello sguardo è irresistibilmente tentato, di là dalla vuota retorica della vulgata mainstream del dibattito pseudo-culturale del tempo presente, verso l’esplorazione metafisica di un suggestivo “Other Side” dei Performance Studies.

    ___

    Now that it can finally boast of the highest recognition by the Anvur, our review is heading, God willing, towards a future decade whose history has yet to be written. What is certain is that we will stubbornly continue to pursue the methodological route of Performance Studies, trusting in the inexhaustible possibilities of the broad spectrum proposed by Richard Schechner.

    The transition from one decade to another requires us to further reflect on what Performance Studies means for us. As also highlighted in this issue, PS can move, and have moved, in a wide
    radius, but we believe, we hope not too wrongly, that a director of the Schechnerian fan may concern, as we have already had the opportunity to say, everything that concerns the human being precisely because it goes beyond him in a vertical perspective,
    bringing him back to the origin of ritual which is not a nostalgic heritage, but irreaplaceable actuality.

    May the PS be able to remind us of this, pricking us with their questions and urging us to search for that “Beyond” (because
    Beyond is the destiny of what is investigated), it is already a resource that makes them, if not a “tool for living” (as their
    founder says), an unavoidable and urgent gaze.

    That gaze is irresistibly tempted, beyond the empty rhetoric of the mainstream vulgate of the pseudo-cultural debate of the present time, towards the metaphysical exploration of a suggestive “Other
    Side” of Performance Studies.

  • V. 10 (2020)

    E siamo arrivati al numero 10. Si tratta senz’altro di un détournement e, tuttavia, è come se il carattere palingenetico del nuovo decennio che entra nel vivo, tra promesse di svolta ed exit strategy dalla pandemia tuttora in corso, fosse insufficiente.

    Siamo costretti come Orfeo a voltarci, come se alle nostre spalle un inferno, dietro l’altro appena trascorso, contenesse ancora il miraggio di un’effimera età dell’oro inconclusa e fatua, eppure destinata a lenire la desolazione del presente nel segno di un pharmakon velenoso e consolatorio.

    Il 10 è il regista di una fine e forse di un nuovo inizio, migliore. Ma con quale fantasia? con quali fantasie? Semplicemente, nella misura paradossale di uno schechneriano comportamento recuperato, noi ci limitiamo a confidare nello scacco dell’inedito e salutiamo la silhouette di un passato irredimibile con un cenno, mentre dall’altra parte l’ombra di un gigante, a dispetto dell’altezza, geniale e irridente sembra risponderci bussando con la sua all’empireo, strappando quel pallone alle stelle e sapendo che
    nessun nano potrà arrampicarsi sulle sue spalle.

    Mantichora, nel segno del 10, rivendica quello stesso spirito blasé e imprendibile. Questo numero ospita, a cura di Licia Buttà, Luigi Canetti e Donatella Tronca, uno degli esiti del progetto di ricerca “Choreutic Heterotopias: Dance and Performance in the Visual and Literary Culture of the Mediterranean from Late Antiquity to the Middle Ages” (HECO) (HAR2017-85625-P 2018-2020) coordinato da Licia Buttà. Si tratta di alcuni fra i contributi presentati in occasione di due Workshop “Schemata, formae e rituali coreutici tra Antichità, Medioevo ed Età moderna” che hanno avuto luogo a Tarragona (11 marzo 2019) e a Ravenna (10 dicembre 2019). Inoltre inauguriamo qui una nuova sezione, EXTRA-VAGANTES.

    Ad maiora

     

    Errata corrige: a causa di un refuso, all'interno del fascicolo l'anno della rivista è stato segnato come il 9. D'altra parte, performativamente, questo errore assume l'idea di una lunga durata dell'anno trascorso. Al contempo ribadiamo il 10 sotto il quale è posto questo numero della rivista. 

  • Un contrappasso fatale
    V. 9 (2019)

    Da una parte sarebbe impossibile non dare l’abbrivio a questo nuovo numero di «Mantichora» senza un riferimento alla tragedia pandemica incombente (quando usciremo probabilmente se ne saranno già visti ampiamente i tristi effetti). Dall’altra, il nostro intento è quello di dirne il meno possibile, non solo perché all’altezza cronologica in cui ne scriviamo poco o nulla si sa a riguardo, ma anche perché coerentemente con la nostra vocazione alla performance pensiamo che adesso sia il momento dell’azione non della mera speculazione. Se ospitiamo, con riconoscenza nei confronti del suo autore, un contributo, inedito in italiano, di Richard Schechner lo facciamo, giacché, per quanto sembri scritto nel presente e per il presente, lo precede di qualche mese (la caratura oracolare dei Performance Studies?). Adesso, infatti, si moltiplicheranno, gli esegeti verbosi e in particolar modo gli accaniti entusiasti dei dispositivi mediatici che vedono il loro campo di osservazione privilegiato trasformato una volta per tutte nell’unico terreno in cui si possa giocare la partita della nostra esistenza. Così come, si moltiplicheranno le cassandre, capaci di compulsare i calendari venturi come fossero oroscopi destinati a ribadire, secondo l’intuizione di un genio sempre attuale, la superstizione illusoria delle statistiche. Noi ci limitiamo a constatare come quello che sta avvenendo costituisca, per paradosso e per costrizione, la radicalizzazione (definitiva?) di un processo di lungo corso. Si può osare di dire che abbiamo privilegiato il Mediascape come orizzonte pervasivo e conclusivo della nostra vita, al punto tale che, come in un desiderio a lungo accarezzato, come una promessa continuamente rilanciata adesso essa sia stata mantenuta e a carissimo prezzo? Non sta a noi rispondere, ma per certi versi è beffardo questo contrappasso fatale, di stampo dantesco, per effetto del quale, a furia di frequentare certe prigioni si finisce per affezionarsene, smarrendo la memoria della vita en plein air o provandone un’invincibile nostalgia (che poi è fattore essenziale di ogni medium, vecchio o nuovo che sia). Perlomeno, oggi (e, temiamo, nei prossimi mesi), sarà chiaro come la performance dal vivo non sia, in nessun caso, ri-mediabile da quei dispositivi che, favorendo la comunicazione e l’unico avvicinamento oggi possibile tra esseri umani, finiscono in realtà per allontanarci dagli altri così come dall’evidenza della verità, sfrangiata nell’etere e nelle sue bolle. Ma tant’è.... Per coerenza con quanto dicevamo in premessa, aggiungiamo solo che, come il teatro insegna, anche il silenzio è una forma di azione o di preparazione all’azione, oltre il mare magnum di tante parole inutili, per cui è ora di tacersi, non prima però di aver ringraziato il Museo Internazionale delle Marionette “G. Pasqualino”, che da oggi patrocina la rivista, dandovi nuovo, decisivo, impulso verso l’orizzonte epistemologico dei Performance Studies, con tutto quel che ciò concerne alle nostre latitudini. Questo numero contiene, in larga parte, l’esito della ricchissima giornata di studi Performance Studies in Italia. Un paradigma transdisciplinare per la ricerca, organizzata, il 13 giugno 2019, a Palermo presso il Museo Pasqualino.
  • Una sinestesia remota nel tempo: la dimensione performativa dell'immagine sonora
    V. 8 (2018)

    La dimensione performativa delle immagini sonore analizzate in questo numero di «Mantichora» ci riportano alla scaturigine ancestrale e sempre vigente di una vocazione antropologica alla parola agita sia nella direzione dell’oralità che della letteratura. L’azione a cui ci si riferisce può persino rivendicare l’esigenza di una realizzazione più piena dell’umanità. È ciò che si ritrova nella prospettiva dell’indagine del rituale condivisa da Carla Bino, Dario Tomasello, Flavio Cuniberto, Paolo Pizzimento, Giovanni Busà e Salvatore Costanza, mentre Emanuele Broccio e Fabio La Mantia si focalizzano su due casi di studio come Jolanda Insana e Salman Rushdie. L’ultimo contributo di Laura Busetta è dedicato al corpo femminile e il modo in cui è stato indagato alla luce del divismo.
  • C’è qualcosa di nuovo, anzi d'antico… nei Performance Studies
    V. 7 (2017)

    La parafrasi dell’ossimoro pascoliano ben si adatta a questo numero speciale della nostra rivista, più che sospesa tra passato e futuro, impegnata a sondare il carattere non infrequente o inedito, di certo raro e fecondo (soprattutto alle nostre latitudini), di uno sguardo proiettato verso l’orizzonte di un mondo antico in grado di riportarci alle scaturigini rituali di ogni dimensione performativa.

    Non che siano mancate in questi anni, a partire dal nostro primo numero del 2011, le incursioni in un passato più remoto (e, segnatamente, nel milieu del mondo classico), tuttavia, il carattere organico del lavoro svolto da Matilde Civitillo, Sonia Macrì e Silvia Romani in Performatività e mondo antico: simboli, pratiche, oggetti, ritorni, impreziosisce notevolmente la nostra serie, arricchendola di una messe di contributi mirabili, capace di articolarsi secondo tre direttrici principali. Dai movimenti rituali (processioni, danze, pantomime, mascheramenti) alle pratiche ludiche vivificate dagli oggetti che ne declinano l’agentività, sino ai paradigmi performativi della vita quotidiana (le pratiche medico-curative, i folk-esorcismi).

    Ci piace pensare che il movimento che la trama invisibile, eppure concretissima, di questo numero disegna, muova verso una ridefinizione di alcune questioni di metodo di fondamentale importanza. Lo sforzo della rivista, infatti, è sempre stato indirizzato ad enfatizzare la centralità del paradigma performativo. Tuttavia, qualora lo si sia fatto, non si ha più l’intenzione di ammiccare né alle sirene di un “ritorno” improbabile alla realtà né a quelle altrettanto seducenti di un dinoccolato postmodernismo.

    Siamo sicuri, in tal senso, che la centralità del paradigma performativo sia ancora destinata a ribadirsi, come pensano taluni, nella chiave prevalente della postmodernità? D’altra parte, “ideologicamente”, i Performance Studies sembrano invece avere molto a che fare con le strategie dei Cultural studies, di cui condividono, per esempio, le ragioni di un’attenzione agli slittamenti identitari del nostro tempo (sessuali: gender, transgender etc.; culturali: studi postcoloniali etc.), tuttavia, se la preoccupazione dei PS non diventa stricto sensu quella di una militanza politica nella realtà, bensì, al contrario, della scoperta di ciò che il comportamento umano svela della realtà, allora si può ragionevolmente credere che questo “ritorno al passato” sia destinato ad assumere dei contorni imprevedibili e affascinanti. Come quello che riguarda anche la questione dell’interdisciplinarietà, da molti considerata appannaggio del presente più audace e spericolato. Concedendoci il lusso di una dichiarazione ottativa, lasciata di fatto in sospeso, fateci dire che se i Performance Studies muovono verso un’ottica esorbitante le sicurezze disciplinari più viete, questo ha incredibilmente a che fare con una dimensione epistemologicamente “antica”.

  • Show must go on
    V. 6 (2016)

    Show must go on: lo spettacolo deve andare avanti”, recita un vecchio adagio usurato. È una formula talmente in voga da sfiorare, come molte volte succede per i refrain più fortunati, il rischio del rovesciamento ridicolo.

    Ci piacerebbe per una volta, secondo una distinzione che ha segnato un’epoca, concedere allo spettacolo la fatica, molte volte poco spettacolare, di dover andare avanti e all’azione performativa, ovvero al teatro più nobile e alla teatralità rituale che di quella nobiltà è responsabile, il privilegio, talora faticoso, di dispiegare un cerchio che non si chiuda se non verso il Centro.

    Il vuoto in cui a volte si gira, in realtà, non è che una sospensione di tempo e spazio capace di dar luogo al punto focale, indispensabile, della nostra esistenza. La speranza, inestinguibile se ben riposta, è di rendersene conto prima che il giro sia finito.

    È per questo che, a partire da questo numero, cominciamo un’indagine sulla maestria, a partire dal nostro territorio e, in particolare, dall’esempio cruciale di Mimmo Cuticchio.

    Per il resto, la nostra ambizione è quella di offrire un ventaglio di ampio respiro, destinato a spaziare dalla performance metamorfica del personaggio omerico di Dolone alla fortuna della Didone metastasiana; dai luminosissimi segreti dell’archivio meldolesiano al sondaggio degli echi contemporanei del Rasa; e ancora dal misterioso criterio di scelta del cast di 8 ½ a una storia della pubblicità come scenario di un rituale moderno.

  • Il migliore scenario possibile
    V. 5 (2015)

    Quando la rivista è nata – oggi ce ne rendiamo conto più che mai – stavamo solo cercando il migliore scenario possibile per realizzare un’impresa che fosse vicina al sogno di un repertorio delle ombre che agitavano quel presente e dei fantasmi che, confidiamo, siano rimasti, a Dio piacendo, intrappolati negli anditi tortuosi del passato.

    Tuttavia, mettersi in questione, mettersi all’opera, con una rivista o con qualsiasi altro strumento che verifichi nella campitura asciutta della realtà la tenuta dei sogni, significa spesso fare tesoro dell’effimero e, dunque, del limite.

    In un intreccio che non può fare a meno di attraversare, insieme, i territori privati dell’esistenza e la ribalta condivisa dell’esperienza scientifica e professionale, come i saperi che coltiviamo ci insegnano da sempre, siamo andati incontro ad affermazioni e cadute. È già tempo di mettere un punto? Di fermarsi a contemplare la desolazione immaginifica che prende le mosse dai trionfi e dai loro archi, come suggerisce Patrick Chauvel nei suoi perturbanti photomontages?
    Quel che è certo è che il nostro sembra essere più un tempo di guerra che di pace, di ridefinizione dei campi (epistemologici e disciplinari) e di separazione.
    Allora, non è un caso, forse, se da differenti prospettive metodologiche e in orizzonti cronologici eterogenei, tutti i contributi di questo numero inclinano all’esibizione di mondi in fermento: dal conflitto “polveroso” di La Ruina (Albanese) alla ridiscussione preziosa del paradigma della Nuova Teatrologia (De Marinis); dalla violenza organica della Roma senecana (Migliardi) alle eruzioni emotive e scenografiche del Settecento milanese (Frattali) sino agli exploit coreografici di Julyen Hamilton (Santos). Senza dimenticare le riflessioni gustose sulla critica letteraria tra esercizio del nulla e macchina desiderante (Pispisa) e gli interrogativi decisivi sulla funzione mediale del teatro (Deriu).
    Grati a tutti coloro che hanno partecipato al nuovo capitolo dell’impresa e a coloro che ne leggeranno, guardiamo sospese nella presenza evanescente della rete, le tessere ibride di questo puzzle, i frammenti generosi del miglior scenario possibile.

  • Custodire l’orizzonte
    V. 4 (2014)

    Ogni performance vive di una sua incidentalità che dipende molto dall’incontro, dall’imponderabilità assoluta delle relazioni umane. Ecco perché, questa rivista al suo quarto numero, dopo la nostra svolta definitivamente performativa, dedica principalmente il suo interesse alla dimensione sfuggente, rischiosa, della fruizione e della conservazione della Performance, coinvolgendo come sempre un’ampia, e multiforme (per interessi e appartenenza), schiera di studiosi. C’è sempre qualcosa di più, qualcosa di infinitamente più grande, o infinitamente più piccolo, qualcosa che esorbita l’evento teatrale e spettacolare, in genere.
    I Performance studies hanno, da sempre, dislocato l’attenzione di chi li pratica verso un respiro delle condizioni, al contempo, generali e minute, del contesto. Un contesto in cui il punto di osservazione di chi partecipa non è indifferente né innocente.
    Ecco allora che diventerà sempre più importante recepire la lezione del reenactment come quadro di riappropriazione di quell’oggetto sfuggente che è stato, o ci è sembrato essere, l’evento performativo.
    Completano coerentemente il quadro, le interviste a tre studiosi, riferimenti fondamentali della prospettiva epistemologica adottata dalla rivista, puntualmente curate da Carmela Cutugno (che è anche co-editor del presente numero).
    Al termine di questa ulteriore tappa del nostro lavoro, avvertiamo con gratitudine, ma non senza timore, di aver rilanciato il senso di un’utopia della ricerca che è probabilmente l’ombra di ogni Ricerca.

    Forse la chimera assoluta consiste proprio nel voler custodire l’orizzonte, la linea d’infinito che attraversa il nostro sguardo nell’illusione di appartenergli per quel breve, irredimibile, istante.

  • Il "Tra"
    V. 3 (2013)

    A partire dalla riflessione originaria sulla performance, la pervasività di questa prospettiva epistemologica si è configurata come efficace medium: tra discipline diverse, tra una realtà sempre più fluida e imprendibile e le sue rappresentazioni impervie, tra modernità e postmodernità. La lezione di Victor Turner sulla liminalità, su quel momento di passaggio, quel “tra” necessario che solo un sapere performativo e processuale sarebbe in grado di intercettare, è oggi più viva che mai.

    Ecco, allora, che Mantichora ricomincia da tre.

    Questo terzo numero, non a caso (grazie alla presenza preziosa di Carmela Cutugno), con una prima serie di interviste ad alcuni tra i massimi esponenti dei Performance Studies (Richard Schechner in testa) vuole sondare la caratura fruttuosa di questo retaggio, proponendosi l’ambizioso compito di esporsi pubblicamente come rivista italiana di Performance Studies.

    Tra i nostri compiti (soprattutto in un futuro prossimo), stante la collocazione delle attività scientifiche del Centro Internazionale di Studi sulle Arti Performative nel Dipartimento di Scienze Cognitive, della Formazione e degli Studi Culturali dell’Università di Messina,  riteniamo ineludibile il superamento, che i Performance Studies tra l’altro pretendono, dell’opzionalità coatta tra una campitura culturalista e una campitura naturalista.

    Anche a tal riguardo, Richard Schechner aveva illustrato, a suo tempo, la necessità di un’indagine a tutto campo sulle dinamiche analogiche e omologiche tra animali umani e non umani. Ancora una volta, un confine, un “tra”, da esaminare performativamente.

    Una strategia etologica sembra oggi più che mai in grado di creare le coordinate per una disamina di ampio respiro delle human skills a confronto con il mondo animale non umano. La tentazione e il rischio di intercettare vistosi punti di contatto rilancia l’opportunità di una lettura filogenetica delle performing arts.

    Gli animali non umani agirebbero senza le reticenze e l’impasse tipiche dell’animale uomo; sembrerebbero al riparo dai tormenti e dagli imbarazzi umani: «[…] anche se ci fosse un Edipo-gorilla che si domanda angosciato se deve lasciare la sua giungla-Corinto per evitare l’orribile sorte che l’attende, sarebbe tutt’altra cosa dal personaggio sofocleo» (R. Schechner, Magnitudini della Performance, Roma, Bulzoni, 1999, p. 228).

    Nonostante tutto, però, rimane il dubbio, umano (forse troppo umano), che l’indagine del comportamento animale ritualizzato non sia più così facilmente distinguibile, in una dizione capziosa, dal rituale dell’Homo sapiens.

    Siamo così sicuri, infatti, che, al di là dei limiti ineffabili del problema di un’autocoscienza negli animali non umani, un Amleto-scimpanzé o bonobo non stia già ponendoci le domande decisive per mettere definitivamente in crisi i risultati di una riflessione antropocentrica sulla performance?

  • Le spalle al futuro
    V. 2 (2012)

    In che direzione guarda, nella caliginosa Solitude della sua scena notturna, la ragazza del quadro di Delvaux?

    Il punto in cui si perde l’intersezione delle due direttrici conduce ad un istmo liberatorio? O al nodo scorsoio delle proprie paure?

    La strategia di mise en abyme di Delvaux, quasi piazza la propria macchina da presa alle spalle del proprio oggetto d’indagine, come in Film di Beckett, non vedendosi vivere, dunque, ma vivendo la vista dimezzata di chi procede incurante di sé.

    Qui ritorna la strategia di messa in scena di un altro che sembra procedere in una direzione inerziale, orizzontale soprattutto, di uscita non fuori di sé, ma in sé, negli abissi dello specchio, appunto, nello scacco definitivo, di là dal dire o dal tacere, quasi in ordine a quella «ineluctable modality of visible» dell’Ulisse joyciano che ha sollecitato Didi-Huberman: «Alors nous commençons de comprendre que chaque chose à voir, si étale, si neutre soit-elle d’apparence, devient inéluctable lorsq’une perte la supporte – fût-ce par le travers d’une simple association d’idées, mais contraignante ou d’un jeu de langage -, et, de là, nous regarde, nous concerne, nous hante» [G. Didi-Huberman, Ce que nous voyons, ce qui nous regarde, Les éditions de Minuit, Paris,1992, p. 13].

    Il vicolo, scandito dalle ombre verticali – proiezioni di tenebra nel buio luminoso della notte blu – è cieco come il volto visibile della luna. Un occhio opaco, sospeso dinanzi al volto nascosto della ragazza. C’è qualcosa che sfugge irreducibilmente nel momento dell’attesa, nell’istante fatale in cui, tra il rimanere e il partire, la spina della consapevolezza instilla il velenoso sospetto di essersi spinti troppo oltre, laddove la tensione verso il futuro, semplicemente, non può più avere luogo. Spesso, le tele del grande pittore belga hanno questa quiete innaturale. Non la suspence che prelude la catastrofe, ma il sollievo (talora disperatamente placido) che segue all’irrimediabile.

    Uscendo a ridosso della fine dell’anno leggendario della fine, era inevitabile porsi il problema delle apocalissi prossime venture. Eppure, dai contributi, contenuti in questo secondo numero di «Mantichora», emerge l’idea pressoché unanime che tutto sia già avvenuto. Questa sensazione di essere postumi ai noi stessi, ai nostri traumi (essendo ormai, le certezze un flebile ricordo della modernità), abita forse la nostra coscienza, prima ancora delle speculazioni che possono accompagnare i saperi disciplinari.

    Più di tutto, allora, auspichiamo, nell’irriducibilità di questa condizione postmoderna (mai superata a dispetto dei laudatores temporis acti o dei partigiani del ritorno alla realtà) il falò dei disciplinati recinti del sapere. Di fronte alla chimera di nuove «magnifiche sorti e progressive», questa chimera, che è «Mantichora», mostra orgogliosa le spalle al futuro.

  • Lunga vita al monstrum!
    V. 1 (2011)

    Siamo felici di inaugurare la nostra rivista, ospitando gli atti del V convegno annuale della COMPALIT (Associazione per gli Studi di Teoria e Storia Comparata della Letteratura), svoltosi presso l’Università degli Studi di Messina dal 18 al 20 novembre 2010.

    Il tema, Performance e Performatività, si è da subito offerto come opportunità propizia per mettere a frutto l’obiettivo fondamentale del nostro progetto scientifico: il superamento dell’ossessione della forma. Per-formare, ossia passare instancabilmente attraverso la forma, sfuggendo all’inganno degli archetipi immutabili della forma in quanto stanco cerimoniale.

    Infatti, nonostante il carattere prepotente di retoriche legate ad una radicale settorializzazione del sapere, si assiste oggi alla crescente esigenza di uno sguardo d’insieme, capace di attraversare generi e campi disciplinari. Si tratta di un’ibridazione favorita dall’attitudine dei nuovi media ad un sapere “connesso” e capace di inscriversi, appunto, in una rete in cui l’universalità della conoscenza riacquista il proprio peculiare sapore.

    Di fronte alla rapidità con cui si trasforma il mondo contemporaneo non ha più senso rifugiarsi nella retorica umanistica, nella difesa apocalittica e oltranzista di una specie in estinzione. Meglio accettare le sfide odierne e mettere in relazione e in reazione la molteplice congerie delle forme espressive e comunicative praticate nel presente.

    Oggi nasce MANTICHORA. Lunga vita al monstrum!