Vol. 2 (2012): Le spalle al futuro

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In che direzione guarda, nella caliginosa Solitude della sua scena notturna, la ragazza del quadro di Delvaux?

Il punto in cui si perde l’intersezione delle due direttrici conduce ad un istmo liberatorio? O al nodo scorsoio delle proprie paure?

La strategia di mise en abyme di Delvaux, quasi piazza la propria macchina da presa alle spalle del proprio oggetto d’indagine, come in Film di Beckett, non vedendosi vivere, dunque, ma vivendo la vista dimezzata di chi procede incurante di sé.

Qui ritorna la strategia di messa in scena di un altro che sembra procedere in una direzione inerziale, orizzontale soprattutto, di uscita non fuori di sé, ma in sé, negli abissi dello specchio, appunto, nello scacco definitivo, di là dal dire o dal tacere, quasi in ordine a quella «ineluctable modality of visible» dell’Ulisse joyciano che ha sollecitato Didi-Huberman: «Alors nous commençons de comprendre que chaque chose à voir, si étale, si neutre soit-elle d’apparence, devient inéluctable lorsq’une perte la supporte – fût-ce par le travers d’une simple association d’idées, mais contraignante ou d’un jeu de langage -, et, de là, nous regarde, nous concerne, nous hante» [G. Didi-Huberman, Ce que nous voyons, ce qui nous regarde, Les éditions de Minuit, Paris,1992, p. 13].

Il vicolo, scandito dalle ombre verticali – proiezioni di tenebra nel buio luminoso della notte blu – è cieco come il volto visibile della luna. Un occhio opaco, sospeso dinanzi al volto nascosto della ragazza. C’è qualcosa che sfugge irreducibilmente nel momento dell’attesa, nell’istante fatale in cui, tra il rimanere e il partire, la spina della consapevolezza instilla il velenoso sospetto di essersi spinti troppo oltre, laddove la tensione verso il futuro, semplicemente, non può più avere luogo. Spesso, le tele del grande pittore belga hanno questa quiete innaturale. Non la suspence che prelude la catastrofe, ma il sollievo (talora disperatamente placido) che segue all’irrimediabile.

Uscendo a ridosso della fine dell’anno leggendario della fine, era inevitabile porsi il problema delle apocalissi prossime venture. Eppure, dai contributi, contenuti in questo secondo numero di «Mantichora», emerge l’idea pressoché unanime che tutto sia già avvenuto. Questa sensazione di essere postumi ai noi stessi, ai nostri traumi (essendo ormai, le certezze un flebile ricordo della modernità), abita forse la nostra coscienza, prima ancora delle speculazioni che possono accompagnare i saperi disciplinari.

Più di tutto, allora, auspichiamo, nell’irriducibilità di questa condizione postmoderna (mai superata a dispetto dei laudatores temporis acti o dei partigiani del ritorno alla realtà) il falò dei disciplinati recinti del sapere. Di fronte alla chimera di nuove «magnifiche sorti e progressive», questa chimera, che è «Mantichora», mostra orgogliosa le spalle al futuro.

 

Published: 2020-10-24