V. 14 (2024): La performance degli oggetti
«Diremmo che dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica d’una forza speciale, diventa come il polo d’un campo magnetico, un nodo d’una rete di rapporti invisibili. Il simbolismo di un oggetto può essere più o meno esplicito, ma esiste sempre. Potremmo dire che in una narrazione un oggetto è sempre un oggetto magico». Così scrive Calvino nelle sue Lezioni americane (1988), sottolineando – in un’epoca ancora aurorale per gli studi sulla performatività – la caratura essenzialmente performativa e agentiva degli oggetti che compaiono all’interno delle narrazioni.
La cultura umana ha intrattenuto un secolare rapporto con gli oggetti che essa stessa ha prodotto: se nell’Antichità e nel Medioevo li avvertiva circonfusi di un’aura che li rendeva, nonché unici, anche capaci di suscitare stupore nei loro osservatori e di veicolare un significato, la Modernità li ha via via affrancati – o strappati – dai vincoli imposti dalla tradizione, sottraendoli all’antica dimensione simbolica (personale, familiare, sociale). Infine, nella temperie postmoderna, gli oggetti, ormai virtualmente riproducibili all’infinito, si trasformano in puro «materiale performativo», in «rete d’informazione», diventano “segni” nella più pura accezione baudrillardiana.
L’approccio schechneriano favorisce una visione performativa degli oggetti: se è vero che, come afferma lo studioso americano, «la performance non avviene mai in qualcosa, ma attraverso qualcosa» (Introduzione ai Performance Studies, 2018), allora gli oggetti possono essere studiati sia in quanto vettori sia in quanto agenti di performance. D’altro canto, le Scienze Cognitive, interessate all’indagine dell’entanglement tra gli uomini e le cose che li circondano, tendono a considerare gli oggetti non come i semplici prodotti passivi della cultura materiale ma come entità dotate di una propria agency che interagisce e interferisce con quella umana: essi entrano a far parte, quindi, di un sistema organico dinamico e possono essere persino intesi come protesi di processi mentali estesi al di là del cervello e del corpo.
Sappiamo che la vocazione performativa che anima l’essere umano organizza lo spazio e il tempo, in una scansione sapientemente orchestrata dagli oggetti che materializzano un immaginario e ne definiscono le possibilità ulteriori, nelle circostanze date.
La letteratura, nella sua intrinseca capacità di creare mondi narrativi e di introiettarvi “frammenti” del reale, sottrae gli oggetti alla dimensione della mera utilizzabilità e li rigioca in chiave di simboli più o meno espliciti. Lo stesso può dirsi del cinema, con celebri casi-limite come il McGuffin, motore virtuale, in sé vuoto
di senso, dell’azione. Infine, la storia del teatro contemporaneo gira intorno alla risemantizzazione di oggetti che, persino in absentia, misura la densità simbolica di ciò che un attore, o un performer, può e conosce.
Questo numero di «Mantichora», pertanto, intende esplorare le modalità in cui le arti performative e le arti mediali hanno accolto le “cose” nella loro attività immaginativa codificata per valutare con quali processi di “ritagliamento” dal mondo gli oggetti divengono una forma del contenuto di un’azione, di un testo e un tema artistico o letterario.