V. 13 (2023): Come disfare cose con le parole

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E poi venne il giorno in cui le lingue si confusero, non per effetto di una improvvida Babele, ma per il protrarsi di un vieto gioco della torre che costringe alla scelta esiziale di precipitare giù tutti coloro che non solo pronunciano la battuta giusta al momento sbagliato, ma che sono pronti a barattare il senso della loro libertà per il prezzo disgustoso e redditizio dell’ossequio all’orrido senso comune.

Il potere performativo delle parole, più che mai, estenua la sua caratura provocatoria, testa stancamente la resistenza della norma consueta del pensiero corrente, e infine si arrende dinanzi alla necessità di sopravvivere a sé stesso.

Stiamo assistendo al naufragio lento e inesorabile del mondo come lo conoscevamo, ovvero a trazione occidentale, e anche se fingiamo di non accorgercene la riprova più evidente di questo inabissarsi tetro viene dall’annichilimento a cui sottoponiamo noi stessi, alla certezza di doverci ritrarre, emendare senza ironia rispetto al passato più o meno glorioso di cui scontiamo una oscura colpa.

La Cancel Culture è solo la spia conclusiva di un processo di lungo corso che ha molto a che fare con la modernità, intesa come categoria ideologica occidenta-e: un Moloch stucchevolmente ottimista che ha finito per ingoiare se stesso, ovvero noi con tutte le suppellettili della misura centripeta del nostro criterio di giudizio. Il superamento del nostro oscurantismo, secondo le magnifiche sorti e progressive, coincide con un nuovo oscurantismo su cui getteranno nuova luce quando sarà troppo tardi e noi non ci saremo.

Nel frattempo, stabiliamo relativismi sempre più sofisticati che servono solo a creare insoddisfazioni più raffinate, frustrazioni più risolute, spacchiamo il pelo sullo stomaco con l’effetto di ritrovarci sempre più tignosi, sempre meno disposti a riconoscere gli spazi altrui.

J. L. Austin, in un brillante saggio postumo di più di sessant’anni fa (Come fare cose con le parole), indicava la strada agentiva delle espressioni destinate a innescare azioni, rituali, costruzioni antropoietiche. Nell’attuale realtà in disfacimento, le parole danno il loro solido contributo affinché tutto vada in malora, sia quando il loro significato riecheggia nelle sale vuote della coscienza contemporanea, sia quando tace, silenziato dall’idiosincrasia generale.

Invocare la pace allora significa un commercio sospetto con le forze del male e dichiarare l’orrore per ogni genocidio, un atto di lesa maestà, tanto per fare due esempi.

Ma se le azioni degli uomini, nella loro brutalità, incontrano l’indifferenza generale, perché le voces clamantes in deserto dovrebbero seminare una nuova fioritura di coscienza collettiva?

Nel dubbio mettiamo loro la sordina, perché non ci siano più orecchie turate da cuffiette portatili ad intenderle.

E ammutoliamo e siamo ammutoliti.

Siamo così impegnati a soffocarci vicendevolmente, con le migliori intenzioni di cui è lastricato il nostro inferno, che quando il pavimento ci crollerà sotto i piedi lo accoglieremo come una forma di sollievo, forse. 

Pubblicato: 2024-04-18