V. 7 (2017): C’è qualcosa di nuovo, anzi d'antico… nei Performance Studies
La parafrasi dell’ossimoro pascoliano ben si adatta a questo numero speciale della nostra rivista, più che sospesa tra passato e futuro, impegnata a sondare il carattere non infrequente o inedito, di certo raro e fecondo (soprattutto alle nostre latitudini), di uno sguardo proiettato verso l’orizzonte di un mondo antico in grado di riportarci alle scaturigini rituali di ogni dimensione performativa.
Non che siano mancate in questi anni, a partire dal nostro primo numero del 2011, le incursioni in un passato più remoto (e, segnatamente, nel milieu del mondo classico), tuttavia, il carattere organico del lavoro svolto da Matilde Civitillo, Sonia Macrì e Silvia Romani in Performatività e mondo antico: simboli, pratiche, oggetti, ritorni, impreziosisce notevolmente la nostra serie, arricchendola di una messe di contributi mirabili, capace di articolarsi secondo tre direttrici principali. Dai movimenti rituali (processioni, danze, pantomime, mascheramenti) alle pratiche ludiche vivificate dagli oggetti che ne declinano l’agentività, sino ai paradigmi performativi della vita quotidiana (le pratiche medico-curative, i folk-esorcismi).
Ci piace pensare che il movimento che la trama invisibile, eppure concretissima, di questo numero disegna, muova verso una ridefinizione di alcune questioni di metodo di fondamentale importanza. Lo sforzo della rivista, infatti, è sempre stato indirizzato ad enfatizzare la centralità del paradigma performativo. Tuttavia, qualora lo si sia fatto, non si ha più l’intenzione di ammiccare né alle sirene di un “ritorno” improbabile alla realtà né a quelle altrettanto seducenti di un dinoccolato postmodernismo.
Siamo sicuri, in tal senso, che la centralità del paradigma performativo sia ancora destinata a ribadirsi, come pensano taluni, nella chiave prevalente della postmodernità? D’altra parte, “ideologicamente”, i Performance Studies sembrano invece avere molto a che fare con le strategie dei Cultural studies, di cui condividono, per esempio, le ragioni di un’attenzione agli slittamenti identitari del nostro tempo (sessuali: gender, transgender etc.; culturali: studi postcoloniali etc.), tuttavia, se la preoccupazione dei PS non diventa stricto sensu quella di una militanza politica nella realtà, bensì, al contrario, della scoperta di ciò che il comportamento umano svela della realtà, allora si può ragionevolmente credere che questo “ritorno al passato” sia destinato ad assumere dei contorni imprevedibili e affascinanti. Come quello che riguarda anche la questione dell’interdisciplinarietà, da molti considerata appannaggio del presente più audace e spericolato. Concedendoci il lusso di una dichiarazione ottativa, lasciata di fatto in sospeso, fateci dire che se i Performance Studies muovono verso un’ottica esorbitante le sicurezze disciplinari più viete, questo ha incredibilmente a che fare con una dimensione epistemologicamente “antica”.