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CFP Mantichora n. 14: La performance degli oggetti

2024-06-04
«Diremmo che dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica d’una forza speciale, diventa come il polo d’un campo magnetico, un nodo d’una rete di rapporti invisibili. Il simbolismo d’un oggetto può essere più o meno esplicito, ma esiste sempre. Potremmo dire che in una narrazione un oggetto è sempre un oggetto magico». Leggi di più al riguardo di CFP Mantichora n. 14: La performance degli oggetti

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V. 15 (2025): La Performance degli Oggetti II
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Sebbene la temperie contemporanea disponga l’essere umano all’interno di una costellazione sempre più fitta di oggetti che, volente o nolente ch’egli sia, finiscono per configurarsi come autentiche estensioni tanto fisiche quanto cognitive del suo corpo e della sua mente, non è certo per una sorta di corrispondente horror vacui teorico che Mantichora sceglie di rinnovare e approfondire il proprio focus sulla performance degli oggetti. Al contrario, i contributi raccolti in questo numero offrono ulteriore e convincente conferma della densità epistemica di un ambito di indagine che continua a rivelarsi fecondo, nella misura in cui convoca studiosi e studiose di campi anche distanti e li invita a una sostanziale ridefinizione di metodologie e prospettive. Tale ridefinizione si rende necessaria proprio alla luce di ciò che la plastica concretezza del riferimento oggettuale è in grado di produrre: un effetto simultaneo tanto sull’ampia campitura dell’orizzonte epistemologico quanto sulle più anguste paratie dei perimetri disciplinari tradizionalmente intesi. È opportuno, a questo punto, aggiungere come il cortocircuito che si istituisce tra lo studio degli oggetti e l’oggetto degli studi si riveli quanto mai felice, e tutt’altro che bizantino o meramente autoreferenziale. Se è vero, infatti, che questa rivista ha da sempre coltivato una dichiarata propensione alla trasgressione transdisciplinare, è altrettanto vero che il ricollegamento a un indicatore preciso – a un oggetto determinato – impone di necessità un ritorno, talvolta persino prepotente, a una forma di adesione alle istanze che tale oggetto formula. Un’adesione che si esprime nei termini di un’agentività capace di ridefinire concettualmente l’ambiente entro cui l’oggetto stesso si inscrive e agisce. Nella migliore delle ipotesi – ed è certamente il caso dei testi qui pubblicati –, questo processo conferma quanto già rilevato nel numero precedente: i Performance Studies, nella loro attenzione alle modalità inevitabilmente contingenti dei processi che, di volta in volta, verificano e mettono alla prova le condizioni date di un’esperienza artistica (e non solo), rappresentano non soltanto lo spariglio di ogni metodo preconfezionato ma anche, paradossalmente, la forma di rigore più onesta e responsabile oggi praticabile. Essi si configurano così come un metodo che, proprio nel rifiuto della cristallizzazione procedurale, trova la propria forza critica e la propria legittimità epistemologica.

Pubblicato: 2026-04-02
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