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Sebbene la temperie contemporanea disponga l’essere umano all’interno di una costellazione sempre più fitta di oggetti che, volente o nolente ch’egli sia, finiscono per configurarsi come autentiche estensioni tanto fisiche quanto cognitive del suo corpo e della sua mente, non è certo per una sorta di corrispondente horror vacui teorico che Mantichora sceglie di rinnovare e approfondire il proprio focus sulla performance degli oggetti. Al contrario, i contributi raccolti in questo numero offrono ulteriore e convincente conferma della densità epistemica di un ambito di indagine che continua a rivelarsi fecondo, nella misura in cui convoca studiosi e studiose di campi anche distanti e li invita a una sostanziale ridefinizione di metodologie e prospettive. Tale ridefinizione si rende necessaria proprio alla luce di ciò che la plastica concretezza del riferimento oggettuale è in grado di produrre: un effetto simultaneo tanto sull’ampia campitura dell’orizzonte epistemologico quanto sulle più anguste paratie dei perimetri disciplinari tradizionalmente intesi. È opportuno, a questo punto, aggiungere come il cortocircuito che si istituisce tra lo studio degli oggetti e l’oggetto degli studi si riveli quanto mai felice, e tutt’altro che bizantino o meramente autoreferenziale. Se è vero, infatti, che questa rivista ha da sempre coltivato una dichiarata propensione alla trasgressione transdisciplinare, è altrettanto vero che il ricollegamento a un indicatore preciso – a un oggetto determinato – impone di necessità un ritorno, talvolta persino prepotente, a una forma di adesione alle istanze che tale oggetto formula. Un’adesione che si esprime nei termini di un’agentività capace di ridefinire concettualmente l’ambiente entro cui l’oggetto stesso si inscrive e agisce. Nella migliore delle ipotesi – ed è certamente il caso dei testi qui pubblicati –, questo processo conferma quanto già rilevato nel numero precedente: i Performance Studies, nella loro attenzione alle modalità inevitabilmente contingenti dei processi che, di volta in volta, verificano e mettono alla prova le condizioni date di un’esperienza artistica (e non solo), rappresentano non soltanto lo spariglio di ogni metodo preconfezionato ma anche, paradossalmente, la forma di rigore più onesta e responsabile oggi praticabile. Essi si configurano così come un metodo che, proprio nel rifiuto della cristallizzazione procedurale, trova la propria forza critica e la propria legittimità epistemologica.