CFP 2026: «La scena del verso. Genealogie performative della poesia»
Questo numero di «Mantichora» si propone di esplorare la poesia performativa in quanto dispositivo scenico ed evento vocale inscritto in una rete di relazioni tra corporeità, ritmo, dimensione sonora e spazialità, nonché nella tensione dinamica che si instaura tra performer e spettatore. L’attenzione è rivolta ai processi attraverso cui la parola si configura come pratica performativa embodied, che si articola nella temporalità dell’esecuzione e nella dimensione situata della scena.
Adottando questa prospettiva, il verso è anche inteso come principio organizzativo della struttura ritmico-performativa dell’evento scenico, capace di generare intensità percettive e di mettere in relazione emissione vocale e ricezione. La voce non è, pertanto, un semplice supporto fonico del linguaggio articolato, ma un materiale performativo che, insieme a postura, gesto e prossemica, contribuisce alla costruzione del senso della performance; allo stesso tempo, la parola si apre a prospettive acustiche e fisiche che implicano il coinvolgimento diretto del corpo e dello spazio. La poesia, dunque, esprime la sua specificità proprio nella zona di eccedenza – costituita da movimenti, silenzi e intonazioni – che sa tracciare laddove il significato non riesce a compiersi e a stabilirsi pienamente.
Numerose esperienze della scena contemporanea hanno progressivamente integrato, nella scrittura e nella pratica performativa, dispositivi poetici e compositivi che mettono al centro la voce, la materialità sonora del linguaggio e la costruzione scenica, superando la centralità esclusiva del testo scritto e producendone spesso una disarticolazione interna. In questo senso, la cosiddetta svolta performativa della seconda metà del Novecento ha spostato l’attenzione sulla dimensione incarnata del linguaggio, favorendo l’emergere di pratiche sperimentali e riaprendo il confronto teorico sui rapporti tra testualità e vocalità, così come tra oralità e scrittura. Efficace per cogliere meglio tali aspetti è stata l’emblematica posizione di Carmelo Bene, che in Sono apparso alla Madonna dissolve ogni forma di distinzione tra scrittura, voce e scena e fra il genere della poesia e quello del teatro: «Se controversa e insensata seguita la guerriglia tra i poeti e i “poeti” senza voce, a teatro è dissolto ogni bisticcio» (1983).
Seguendo questa impostazione, la poesia si configura come forma di espressione teatrale e performativa, mettendo in crisi la sua tradizionale autonomia disciplinare e la sua presunta marginalità rispetto agli altri linguaggi artistici. Sotto questa luce, ad esempio, pratiche come lo Spoken Word, la poesia sonora, la Slam Poetry e altre sperimentazioni intermediali appaiono come declinazioni di un medesimo campo performativo condiviso, definito dai legami fra gli elementi costitutivi dell’esperienza performativa.
In questo quadro teorico assumono particolare rilevanza gli apporti dei Performance Studies e degli studi sulla vocalità che consentono di analizzare tali pratiche attraverso categorie quali l’embodiment, la liveness, l’agency del corpo in scena in relazione alla parola. D’altronde, facendo riferimento alle indicazioni di Richard Schechner, se tutto può essere studiato come se fosse una performance (Schechner 2018: 24), ci si può efficacemente emancipare da qualunque rigidità teorica e astratta che per secoli si è sedimentata all’interno dei canoni accademici, permettendo di scardinare tradizionali distinzioni disciplinari e consentendo di guardare all’oralità,anche sulla scia delle prospettive offerte dalle Scienze Cognitive, come dimensione «cognitiva ed epistemologica» (Deriu 2013: 37) e alla poesia come un fenomeno incarnato. Il confronto tra queste pratiche porta, infatti, a una riformulazione del concetto di testo, che si configura sempre meno come entità fissa e sempre più come processo performativo, riaffermando la centralità del corpo nella dimensione estetica.
Questo numero di «Mantichora» intende, dunque, rivendicare all’orizzonte teatrologico lo studio della poesia, facendo riferimento a un’ampia casistica, con particolare attenzione alla natura performativa, corporea e sonora di queste tracce artistiche, e approfondendo quel filone di studi che Francesca Gasparini definisce «storia della prassi poetico-teatrale o teatrale-poetica» (Gasparini 2009: 27).
Saranno privilegiati, pertanto, contributi dedicati, sia in ambito italiano che internazionale, alle pratiche sceniche della parola, alla composizione performativa della vocalità, alle tecniche del ritmo e dell’emissione, alle relazioni tra voce e corpo (Tomasello 2021: 110-120), ai dispositivi dell’ascolto, alle drammaturgie vocali, alle forme contemporanee della performance poetica e, più in generale, ai processi attraverso cui la parola prende forma come evento scenico e pratica incarnata.
Nello specifico, invitiamo a proporre contributi a partire dai seguenti riferimenti:
- la voce poetica sulla scena e i rapporti fra attorialità e vocalità;
- la poesia performativa, la Slam Poetry e lo Spoken Word; la funzione della poesia nei dispositivi drammaturgici contemporanei.
Gli abstract corredati dal titolo e da cinque parole chiavedevono essere inviati entro il 3 luglio 2026 a Dario Tomasello, Annalucia Cudazzo e Paolo Pizzimento. Sono accettate proposte in italiano, inglese e francese. Le proposte in una lingua diversa dall’italiano (inglese o francese) sono gradite e incoraggiate, in particolare per articoli relativi ad autori stranieri.
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