Tra conflitto e riconciliazione: l’immagine nel pensiero di Martin Buber
DOI:
https://doi.org/10.13129/2499-8923/2025/2/5172Abstract
Il nome di Martin Buber è usualmente associato alla caratterizzazione polare del suo pensiero, le cui direttrici fondamentali sono tradizionalmente riferite, dalla Kehre dialogica avvenuta con Ich und Du in poi, alle coppie di parole Io-Esso e Io-Tu. Sebbene esse costituiscano il plesso teoretico fondativo anche delle opere della maturità, vi sono diverse ragioni per credere che il pensiero del filosofo possa ancora offrire altre chiavi ermeneutiche per rileggere la sua opera. Una di queste chiavi è presa in considerazione da questo lavoro: l’immagine. Dagli scritti pre-dialogici fino alle ultime pubblicazioni, l’immagine è infatti elemento ricorrente e gravido di implicazioni, perché capace di svelare un’altra duplice valenza: da un lato, essa è ciò che oggettiva l’essere e riduce il mondo a rappresentazione e forma, ricalcando la parola fondamentale Io-Esso; dall’altro, l’immagine è ciò che invece può rivelare la presenza dell’altro nel rilucere dell’imago Dei, traducendosi come corrispettivo dell’Io-Tu e del desiderio etico-politico della comunità. In quest’ultimo senso dato all’immagine, la critica di Buber alla modernità diviene dunque l’attacco al predominio del senso della vista, nonché l’aspirazione utopica di una sua riqualificazione verso l’ascolto ebraico. In termini dialogici, la risposta-responsabile all’appello dell’incontro.
Martin Buber’s name is usually associated with the polar characterisation of his thought, whose fundamental guidelines are traditionally referred to the primary words I-It and I-Thou. Although they constitute the founding theoretical plexus even of the works of his maturity, there are several reasons to believe that the philosopher’s thought can still offer other hermeneutic keys to rereading his work. One of these keys is taken into consideration by this paper: the image. From Buber's pre-dialogical writings to his most recent publications, the image is in fact a recurring element that is pregnant with implications, because it is capable of revealing another twofold value: on the one hand, it is what objectifies being and reduces the world to representation and form, tracing the fundamental word I-It; on the other hand, the image is what can instead reveal the presence of the other through the imago Dei, translating itself as the counterpart of the I-Thou and of the ethical-political desire of the community. In the latter sense given to the image, Buber’s critique of modernity thus becomes an attack on the predominance of the sense of sight, as well as the utopian aspiration for its redevelopment towards Jewish listening. In dialogical terms, the responsible-response to the call of encounter.
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